martedì, Aprile 21, 2026

Max Coccobello: dalla consolle alle produzioni, il DJ romano che ha fatto del suono una scelta di vita

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Max Coccobello è un DJ e producer italiano attivo da oltre trent’anni nel panorama della musica elettronica.

Nato e cresciuto a Roma, sviluppa il proprio percorso all’interno della scena clubbing capitolina, dove costruisce uno stile solido e riconoscibile, caratterizzato da groove, energia e una forte connessione con il dancefloor. Nel tempo il suo sound evolve tra house, tech house ed elettronica, con un approccio sempre più attento al sound design e alla qualità della produzione.

Nel corso della sua carriera ha pubblicato su etichette affermate come Dance&Love, Jaywork e Smilax, consolidando progressivamente una presenza anche a livello internazionale.

Tra le release più rappresentative si distinguono Pull Up (2013), Prisoner (2021) e Beyond The Noise (2025) che raccontano l’evoluzione del suo percorso artistico nel tempo.

Negli ultimi anni ha intensificato la propria attività in studio con una serie di produzioni tra cui Beyond The Noise, Twisted, Bounce, Someone Else, Doggerel mostrando un’identità sonora sempre più definita, capace di muoversi tra sonorità club-oriented e contaminazioni più ricercate.

Oggi il suo lavoro si concentra principalmente sulla produzione musicale e il djing, con una visione contemporanea che unisce esperienza, ricerca e attenzione alle dinamiche del mercato internazionale.

Credit Foto a cura di: Amleto Pane

Ogni percorso artistico ha un punto di partenza. Come nasce il tuo legame con la musica elettronica e quando hai capito che il tuo posto era dietro una console? 

“Il mio legame con la musica elettronica nasce davvero da lontano, parliamo della fine degli anni ’80. Ho iniziato nel 1988, quando ero ancora un ragazzino, in un periodo in cui la musica si viveva in modo molto diverso rispetto a oggi: meno accessibile, ma forse proprio per questo ancora più affascinante. All’inizio era pura curiosità. Mi colpivano i suoni, i ritmi, quella sensazione quasi ipnotica che la musica elettronica riusciva a creare. Passavo tanto tempo ad ascoltare, a cercare di capire come funzionavano i brani, come si costruiva un mix, anche senza avere ancora gli strumenti che ci sono oggi. Il passaggio dalla passione all’idea di farne qualcosa di concreto è arrivato con le prime esperienze tra radio e locali. Lì ho iniziato a capire davvero cosa significa “stare dietro una consolle”: non è solo mettere musica, ma guidare un’energia, costruire un percorso, leggere le persone. Il momento in cui ho capito che era il mio posto è stato proprio vedendo la reazione del pubblico. Quando ti rendi conto che, attraverso la musica, puoi influenzare l’atmosfera di una serata, creare connessione, far stare bene le persone… lì cambia tutto. Da quel momento non è stata più solo una passione, ma una direzione precisa.”

Credit Foto a cura di: Amleto Pane

La tua carriera attraversa oltre trent’anni di scena clubbing, fino ad arrivare a produzioni pubblicate su etichette come Dance&Love, Jaywork e Smilax. Quanto ha inciso l’esperienza sul dancefloor nella costruzione del tuo suono in studio? 

“L’esperienza sul dancefloor ha inciso in modo totale, direi determinante. Io vengo da lì, è stata la mia vera scuola. Prima ancora dello studio, prima delle produzioni, c’è stato il confronto continuo con il pubblico, serata dopo serata. Suonare per anni ti insegna a capire cosa funziona davvero, ma soprattutto perché funziona. Non è solo una questione di genere o di trend, ma di energia, di dinamiche, di tempi. Capisci quando una traccia tiene la pista, quando la perde, quando è il momento giusto per spingere o per lasciare respirare. Tutto questo oggi me lo porto in studio. Quando produco non penso mai solo al brano in sé, ma a come verrà vissuto: come entrerà la cassa, come si costruisce il groove, quanto deve durare un break, che tipo di impatto deve avere il drop. È un approccio molto pratico, molto legato all’esperienza reale. Le uscite su etichette come Dance&Love, Jaywork e Smilax sono il risultato di questo percorso. Non sono produzioni “teoriche”, ma nascono sempre con l’idea di funzionare in pista, senza però perdere identità. Per me l’obiettivo è proprio quello: trovare un equilibrio tra ciò che emoziona il pubblico e ciò che rappresenta davvero il mio suono.”

Credit Foto a cura di: Amleto Pane

Brani come Pull Up (2013), Prisoner (2021) ed Beyond The Noise (2025) segnano diverse fasi del tuo percorso. Come è evoluto il tuo modo di produrre nel tempo? 

“Se guardo a Pull Up, Prisoner ed Electricity, vedo chiaramente tre momenti diversi del mio percorso. Pull Up è un brano molto più istintivo, nasce in un periodo in cui lavoravo soprattutto di energia e immediatezza, senza troppi filtri. Era un approccio molto diretto, più legato alla pista e al momento. Con il tempo ho iniziato a cambiare modo di lavorare. Con Prisoner si percepisce già una maggiore attenzione al dettaglio, non solo in termini di suono ma anche di struttura. Ho iniziato a ragionare di più su come costruire un brano, su come farlo crescere, su come mantenere l’attenzione senza essere ripetitivo. Beyond The Noise rappresenta un ulteriore passo avanti. Lì c’è più consapevolezza: il sound design è più curato, il mix è più pulito, ma soprattutto c’è una visione più chiara di quello che voglio ottenere. Non è più solo “far funzionare” il pezzo in pista, ma creare qualcosa che abbia una sua identità precisa. Oggi il mio modo di produrre è un equilibrio tra queste fasi. Cerco di mantenere l’immediatezza e l’energia degli inizi, ma con una maggiore attenzione alla qualità e alla riconoscibilità del suono. È un’evoluzione continua, perché ogni brano è comunque un punto di partenza per quello successivo.”

Credit Foto a cura di: Amleto Pane

Negli ultimi anni hai intensificato molto la tua produzione con release come Beyond The Noise, Twisted, Bounce, Someone Else, Doggerel. Oggi lavori seguendo un metodo preciso o lasci spazio all’istinto creativo? 

“Negli ultimi anni c’è stata sicuramente una fase molto più intensa dal punto di vista creativo. Brani come Beyond The Noise, Twisted, Bounce, Someone Else, Doggerel rappresentano proprio questo momento: una maggiore continuità nella produzione, ma anche una libertà più ampia nel modo di esprimermi. Non è stato qualcosa di pianificato a tavolino, tipo “devo pubblicare di più”, ma piuttosto una conseguenza naturale. Quando arrivi a un certo punto del tuo percorso, inizi a sentirti più allineato con quello che fai, hai meno blocchi e le idee scorrono in modo più fluido. Oggi lavoro con un metodo sicuramente più strutturato rispetto agli inizi. Detto questo, lascio sempre spazio all’istinto creativo, perché è quello che dà anima alla traccia. Alcuni brani nascono da un groove, altri da un suono, altri ancora da una sensazione o da un’idea molto semplice che poi cresce. Il mio obiettivo è trovare un equilibrio: avere una struttura che mi guida, ma senza togliere spontaneità. Perché alla fine è proprio quella parte istintiva che rende un pezzo autentico.”

Accanto al lavoro in studio, rimane centrale anche la dimensione del club. Quanto conta ancora per te il contatto diretto con il pubblico? 

“Conta ancora tantissimo, forse è la cosa più importante in assoluto. Io vengo dal club, è lì che sono cresciuto, ed è lì che continuo a trovare il senso di quello che faccio. Lo studio è fondamentale, ti permette di costruire, di sperimentare, di rifinire il suono. Ma il club è la verità. È il momento in cui tutto quello che hai creato viene messo alla prova, senza filtri. Quando suoni davanti alle persone capisci subito se una traccia funziona davvero, se tiene l’energia, se comunica qualcosa oppure no. Per me il contatto diretto con il pubblico è anche una fonte continua di ispirazione. Ti obbliga a restare connesso, a non chiuderti troppo nel tuo mondo. Vedi le reazioni, percepisci i cambi di energia, capisci come evolve il gusto delle persone. Dopo tanti anni, è ancora quella connessione lì che mi dà motivazione. Non è solo “suonare”, è creare un’esperienza condivisa. L’ho vissuto in modo ancora più evidente anche in occasioni come Casa Sanremo insieme a Nikasoul dove abbiamo condiviso in console un b2b, dove il contatto con il pubblico diventa qualcosa di ancora più diretto e autentico. Ed è proprio questo che poi mi porto anche in studio: quando produco, ho sempre in mente la pista, perché è lì che la musica prende vita davvero.”

 

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