Dall’esperienza al Festival di Sanremo al desiderio di utilizzare la musica per parlare di inclusione, bullismo, fragilità e diritti umani. Matteo Faustini si racconta in una nuova intervista per il format “Racconta la tua storia”, ripercorrendo le tappe più importanti del suo percorso artistico e personale.
Cantautore sensibile e attento ai temi sociali, Matteo Faustini ha fatto conoscere la propria musica al grande pubblico partecipando al Festival di Sanremo 2020 con il brano “Nel bene e nel male”, vincitore del Premio Lunezia per il valore musical-letterario del testo.
Nelle sue canzoni trovano spazio esperienze personali, ferite, paure e riflessioni, trasformate attraverso la musica in messaggi capaci di raggiungere chi ascolta. Nel corso dell’intervista abbiamo parlato del suo rapporto con il pubblico, dell’utilizzo dei social network, del valore delle piccole azioni quotidiane e del potere che una canzone può avere nella vita di una persona.

Matteo, partiamo dal tuo esordio al Festival di Sanremo con “Nel bene e nel male”. Da quel momento a oggi, com’è cambiato il tuo modo di raccontarti e di fare musica?
«Il Festival di Sanremo è stato fondamentale. Mi ha permesso di essere qui oggi, di fare questa intervista e, soprattutto, di poter vivere la musica in questo modo. Non avrei mai smesso di fare musica, perché per me non è mai stata semplicemente una passione: è sempre stata una necessità, e credo che sia molto diverso. Il fatto di potermi svegliare la mattina e riempire le mie giornate di note e parole lo devo anche ad Amadeus, all’opportunità che mi ha dato e a quel Sanremo. Quell’esperienza mi ha permesso di intraprendere un percorso e di credere che forse non tutti i sogni si realizzano, ma qualcuno sì. Ha cambiato le opportunità della mia vita e mi ha dato una maggiore solidità per continuare a inseguire l’obiettivo che ho sempre avuto: fare musica.»
Tra le tue canzoni ce n’è una alla quale tieni particolarmente: “Il girasole innamorato della luna”. È un brano che parla di amore, inclusione e uguaglianza. Com’è nato e che cosa vuoi trasmettere?
«Questo brano e il suo video hanno per me un’importanza viscerale. Purtroppo c’è ancora bisogno di canzoni come questa. Avrei preferito non doverla scrivere e che non fosse necessario parlare ancora di determinati argomenti, ma basta uscire per strada per accorgersi che esistono ancora il giudizio e la difficoltà di accettare gli altri. Io sono un essere umano e quello che so fare è scrivere canzoni. Prima di lasciare questo bellissimo pianeta blu, desideravo scrivere una canzone che testimoniasse ciò che penso, cercando di non ferire nessuno e di esprimere la mia opinione attraverso l’arte. È un brano che parla fortemente di omosessualità, di diritti e di uguaglianza. Mi sono chiesto: ho circa 180 secondi a disposizione, come voglio utilizzarli? Un giorno non ci sarò più, ma rimarranno le canzoni. Forse un ragazzo o una ragazza di diciotto anni ascolterà questa canzone. Magari non gli salverà la vita, ma potrebbe salvargli il pomeriggio. Questo è il potere delle canzoni. Altre canzoni lo hanno fatto con me e quindi mi sono domandato perché non potessero farlo anche quelle che scrivo io. Ci ho messo dieci anni a trovare il coraggio di scrivere questa canzone e un solo pomeriggio per metterla su carta. Sentivo che fosse un dovere nei confronti dell’arte che desidero creare e condividere.»

Il sociale è un filo conduttore molto forte della tua carriera. Hai affrontato anche il tema del bullismo. Quanto conta per te utilizzare la musica per dare voce a chi si sente fragile o vittima?
«La canzone nella quale parlo di bullismo si intitola “Il gobbo” e fa parte del mio primo disco, “Figli delle favole”. È un brano che dedico spesso ai miei compagni delle scuole medie e del liceo. La cosa che amo della musica è la possibilità di arrivare quasi a ringraziare anche le cose brutte che sono accadute nella mia vita. Come nella vita di tutti, anche nella mia sono successe cose dolorose. Le canzoni mi permettono di trasformare qualcosa di brutto in qualcosa di sano e di bello. È come se la sofferenza acquistasse un’utilità e, in qualche modo, anche un senso. Naturalmente avrei preferito non soffrire per determinate cose, ma sono accadute. Attraverso una canzone posso cambiare il punto di vista sul passato. Quel ricordo non rappresenta più soltanto una sofferenza, ma diventa qualcosa che può essere utile in futuro. La musica mi aiuta a esorcizzare, a perdonarmi e ad accettare molte cose. Allo stesso tempo, può diventare uno strumento capace di aiutare anche altri esseri umani.»
Nel corso della tua carriera hai ricevuto riconoscimenti legati anche ai diritti umani. Che cosa significa per un cantautore vedere riconosciuto il valore sociale della propria musica?
«È una pacca sul cuore. In questo mondo c’è tanto di brutto, ma c’è anche moltissima bellezza. Ci sono esseri umani che, nel loro piccolo, cercano ogni giorno di portarne un po’. Spesso pensiamo che per salvare delle vite sia necessario essere medici, scienziati, infermieri o politici. In realtà, a volte può salvarmi la giornata anche il sorriso della fornaia che mi consegna il pane con gentilezza. Qualche giorno fa mi sono fermato per far attraversare un ragazzo. Lui mi ha ringraziato con un sorriso talmente sincero da cambiare una parte della mia giornata. Ci concentriamo sulle grandi personalità che dovrebbero cambiare il mondo, quando anche i piccoli gesti quotidiani possono darci speranza. Non bisogna essere grandi luminari per portare un messaggio bellissimo.»
Quanto è importante per te il contatto diretto e umano con chi ti ascolta, anche attraverso iniziative come “La merenda con Faustini”?
«È fondamentale, anche se devo ammettere di averlo imparato con il tempo. All’inizio ero più arrogante e pensavo che nessuno avrebbe mai potuto comprendere il mio dolore, come se fossi l’unico a provare determinate emozioni. Poi ho avuto il privilegio di conoscermi meglio, di comprendere tante cose e di accorgermi che siamo storie diverse, ma spesso proviamo emozioni molto simili. Persone che non conosco e che forse non conoscerò mai riescono a connettersi con me attraverso quei famosi 180 secondi di una canzone. Attraverso le loro storie posso raccontare anche la mia. Esiste una grande interconnessione. Si dice che il mondo sia piccolo. Attraverso le canzoni, più che piccolo, mi sembra collegato. Le persone mi aiutano a vedere la ragnatela completa, invece dei singoli fili.»

Oggi i social network sono fondamentali anche per la diffusione della musica. Qual è il tuo rapporto con i social e con le persone che ti seguono online?
«È un rapporto di amore e odio. Io scherzo spesso dicendo di essere nato nel 1860, perché non sono particolarmente portato per queste cose. Riconosco che i social siano tremendamente utili. Anche questa intervista è possibile grazie alla tecnologia. Sono strumenti importanti dal punto di vista lavorativo, ma dal punto di vista umano mi convincono solo in parte, perché non posso toccare o guardare davvero la persona con la quale sto comunicando. Inoltre, a volte i social mi provocano ansia. Devi pubblicare un contenuto, montare un video, essere costantemente presente. Io desidero fare il cantautore, ma oggi questo lavoro comprende inevitabilmente anche tutta un’altra parte. Esiste una pressione legata al dover essere sempre presenti e al mettere continuamente qualcosa in vetrina. È un aspetto che non amo particolarmente, ma che fa parte di questo mestiere. Cerco comunque di trovare la bellezza anche in questo. Il problema è che non ho grandi competenze tecniche: per montare un video o modificare qualcosa impiego otto tentativi, quando probabilmente altri ne impiegherebbero uno o due. Per me i social sono utili, ma rappresentano anche un piccolo furto di energie.»
Piattaforme come TikTok hanno permesso anche a molte canzoni del passato di essere riscoperte. Ti piacerebbe entrare in questo meccanismo oppure preferisci continuare per la tua strada?
«Sono assolutamente aperto a tutto ciò che, in modo sano, etico e giusto, può permettermi di vivere di musica ogni giorno. Non demonizzo questi strumenti, anzi, riconosco che siano utilissimi. TikTok può creare dipendenza ed è diventato quasi una nuova televisione. È uno strumento molto potente. Se può permettermi di fare qualche data in più il prossimo anno, perché ha aumentato il pubblico e ha consentito ad altri esseri umani di ritrovarsi in quello che ho scritto, allora ben venga. Significa riempire più giornate di musica, creare più connessioni, incontrare più persone e ascoltare più storie. Tutto questo per me rappresenta una grande ricchezza.»
Il gioco degli incontri musicali
Hai la possibilità di andare a cena con un’artista. Chi scegli?
«Elisa, senza dubbio. Ci sono moltissimi artisti che ammiro, come Giorgia, Marco Mengoni e Tiziano Ferro, ma Elisa riesce ad arrivarmi anche oltre la musica. Quando la vedo e la ascolto sento qualcosa che vibra. Credo che a cena con lei mi sentirei a mio agio.»
Con quale artista vorresti duettare?
«Uno dei miei sogni era Gino Paoli. Tra gli artisti internazionali mi piace tantissimo Bruno Mars, mentre tra gli italiani amo Tiziano Ferro, Marco Mengoni e quel tipo di voce e cantautorato. Se devo scegliere una donna, dico Giorgia. Giorgia è il motivo per il quale ho cominciato a fare musica, mentre Elisa è il motivo per il quale continuo a farla.»
Il concerto di quale artista vorresti aprire?
«Scelgo Tosca. Mi sono innamorato della sua poetica e ho avuto modo di conoscerla durante il Festival di Sanremo del 2020. Ero già legato alla sua voce dai tempi di “Anastasia”. Amo le poesie che porta nella musica e la sua raffinatezza. Durante i miei concerti canto spesso anche alcune sue cover. Quindi sì, scelgo Tosca.»
«Il treno non passa una volta sola»
Il nostro format si chiama “Racconta la tua storia”. Quale consiglio daresti a chi sta ancora cercando la propria strada o vuole utilizzare la propria voce per superare un momento buio?
«Il primo consiglio è ricordarsi che il treno non passa una volta sola. Spesso pretendiamo che venga a prenderci direttamente sotto casa e, quando questo non accade, smettiamo di aspettarlo. Forse, però, non dobbiamo nemmeno aspettare. Dobbiamo camminare verso la stazione, accumulando esperienze e bagagli. Forse il senso della vita è semplicemente viverla. Possiamo cambiare idea: non abbiamo firmato con il sangue un patto con le promesse che abbiamo fatto a noi stessi. Non tutti i sogni si realizzano, ma qualcuno sì. E, nonostante tutto, c’è tanta bellezza nel mondo. Anche scegliere di vederla è un esercizio.»
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
«Ci saranno molte date in giro per l’Italia. Sarò in Puglia, in Sicilia, nella zona di Brescia e anche a Roma. Tutti gli aggiornamenti saranno pubblicati sui miei canali social. Sto inoltre lavorando a una nuova canzone e finalmente al mio terzo disco di inediti. Voglio concentrarmi sulla direzione e non soltanto sull’obiettivo, allenandomi a non avere aspettative. Voglio essere un fiume e non uno stagno, in questa vita.» Con questa immagine intensa e poetica si conclude il nostro incontro con Matteo Faustini: un artista che ha scelto di trasformare la propria esperienza, le fragilità e le ferite del passato in parole nelle quali gli altri possano riconoscersi.
Perché una canzone forse non può risolvere ogni problema, ma, come ci ha ricordato Matteo, può salvare una vita o anche soltanto un pomeriggio.
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