mercoledì, Settembre 23, 2026

Piero Coffano: mille volti, una sola grande passione

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Piero Coffano è un artista poliedrico siciliano che ha costruito il proprio percorso attraversando mondi diversi ma profondamente connessi tra loro: teatro, danza, musica, cinema, televisione e conduzione. Attore, cantante, performer, regista e direttore artistico, negli anni ha trasformato la passione per lo spettacolo in una professione fatta di studio, sperimentazione e continua formazione.

Dalla fondazione della Compagnia Teatrale Mitra alle esperienze sui palcoscenici romani, dalla formazione alla DA.RE.C Academy diretta da Gino Landi fino alla televisione, al cinema e alla regia, il suo percorso racconta soprattutto la volontà di non fermarsi mai a un solo linguaggio artistico. Oggi affianca all’attività performativa anche la formazione delle nuove generazioni, attraverso laboratori di teatro e musical.

Piero, il tuo rapporto con il mondo dello spettacolo nasce prestissimo, quando a soli nove anni inizi a studiare danza. Se oggi dovessi tornare a quel bambino di Caltagirone, quali sono i sogni che riconosci ancora nel Piero adulto e quali, invece, sono cambiati lungo il percorso?

“Mi capita spesso di fermarmi a ricordare il piccolo me, quel bambino di Caltagirone che, a soli nove anni, partecipava al suo primo saggio di danza e tornava a casa con una coppa che, probabilmente, pesava più di lui. Eppure, in quel momento, ero felicissimo: quella coppa rappresentava per me molto più di un premio, era la sensazione di aver realizzato qualcosa che amavo profondamente. Quei ricordi sono ancora molto vivi, anche grazie alle fotografie e alle VHS che mio padre realizzava e che oggi custodisco con grande affetto. Rivederli significa, in qualche modo, tornare a quel bambino e ritrovare intatta la sua meraviglia, la sua curiosità e quella voglia di sognare senza porsi limiti. 

Per fortuna, i miei sogni non si sono mai spenti. Sono rimasto un eterno sognatore e, forse, è proprio questa una delle caratteristiche che mi ha permesso di continuare a coltivare la mia passione per lo spettacolo. Nel corso degli anni sono cambiati i desideri, le esperienze e il modo di guardare al mio percorso, ma non è mai cambiata la sensibilità con cui vivo ciò che faccio. Quella sensibilità, che mi accompagna fin da bambino, continua ancora oggi a guidarmi, a emozionarmi e a spingermi verso nuovi progetti. In fondo, credo che il Piero adulto non abbia mai smesso davvero di ascoltare quel bambino: ha semplicemente imparato a trasformare i suoi sogni in qualcosa di concreto, continuando a credere nella forza dell’arte, della passione e delle emozioni.”

Nel corso degli anni hai scelto di non identificarti in un unico ruolo: sei stato ballerino, attore, cantante, regista, autore, conduttore e direttore artistico. Questa versatilità è stata una scelta consapevole oppure è nata dalla necessità di esprimerti attraverso linguaggi diversi? E oggi quale di queste dimensioni senti più vicina a te?

“Forse si può pensare che una persona che fa tante cose contemporaneamente rischi di non riuscire a svolgerle tutte nel modo migliore. Io, invece, credo che siano semplicemente espressioni diverse della stessa necessità: quella di creare, comunicare e raccontare attraverso linguaggi differenti. La versatilità, per me, è un privilegio, perché mi permette di non sentirmi mai limitato all’interno di un’unica dimensione artistica. Ogni esperienza mi ha lasciato qualcosa e, nel tempo, tutti questi percorsi si sono incontrati, arricchendosi a vicenda. Se oggi, alla luce delle esperienze maturate, dovessi identificarmi maggiormente in alcuni ruoli, sicuramente non rinuncerei alla regia. È una dimensione che sento profondamente mia, perché amo creare, immaginare, spostare gli elementi, cambiare prospettive e costruire uno spettacolo dando forma a un’idea. La regia mi permette di avere una visione d’insieme e, allo stesso tempo, di curare ogni dettaglio. Mi piace molto anche il ruolo di conduttore, perché lo considero un modo per accompagnare il pubblico dentro lo spettacolo, creare un dialogo e farlo sentire parte di ciò che sta accadendo sul palco.

E poi c’è naturalmente il canto, che per me rappresenta una forma di espressione molto intima perché attraverso la voce riesco a trasmettere le mie emozioni in maniera diretta e autentica.”

Un passaggio importante della tua storia è stato il trasferimento a Roma e la formazione alla DA.RE.C Academy, fino alle successive esperienze teatrali, televisive e cinematografiche. Quanto è stato difficile lasciare la Sicilia per inseguire la tua strada e qual è stato il momento in cui hai capito che tutti i sacrifici stavano iniziando ad avere un senso?

“Quando ho deciso di lasciare la mia terra d’origine, non l’ho vissuto come un trauma, ma come una scelta necessaria per il mio percorso. Ero consapevole che avrei dovuto mettere momentaneamente in pausa i progetti con la mia compagnia teatrale, lasciare gli amici, la famiglia e tutto ciò che rappresentava la mia quotidianità. Ma dentro di me c’era una voglia di crescere artisticamente, quella che definirei una vera e propria “fame”, talmente forte che non ho esitato nemmeno per un momento.

C’è un aneddoto che ricordo con particolare emozione. Dopo aver affrontato l’esame di ammissione alla DA.RE.C. Academy di Roma, allora diretta dal Maestro Gino Landi, con il quale ho avuto l’onore di studiare, sostenni le prove di danza, canto e recitazione. Al termine degli esami, gli insegnanti si riunirono per confrontarsi e, poco dopo, fui richiamato in sala per conoscere il risultato. Quando il direttore mi comunicò l’esito positivo e mi rivolse quelle parole che aspettavo con tanta speranza, non esultai immediatamente. In pochi secondi mi passarono davanti agli occhi tantissime immagini: dovevo chiamare i miei genitori, raccontare loro quello che era appena successo, tornare in Sicilia, preparare la valigia e, soprattutto, trovare una casa a Roma. La vera emozione arrivò dopo, quando rimisi piede in accademia per la prima volta da studente ufficiale. Fu lì che realizzai davvero che qualcosa stava cambiando. Il percorso di un artista, però, è fatto inevitabilmente di alti e bassi. Ci sono momenti di entusiasmo e altri in cui arrivano i dubbi, le difficoltà e persino la tentazione di mollare tutto. Credo che faccia parte del mestiere e, più in generale, della crescita di ogni artista: imparare a convivere con l’incertezza e continuare a credere nella propria strada.

Per me, i primi segnali concreti che quei sacrifici stavano iniziando ad avere un senso sono arrivati già dopo un anno, quando superai il provino per entrare nella compagnia interna dell’Accademia. A quello si aggiunsero le vittorie in concorsi nazionali di danza con il gruppo dei ballerini del corso avanzato e, successivamente, le tante soddisfazioni che sono arrivate anche al di fuori del percorso accademico, nel teatro, nella televisione e nel cinema.”

Con “Anche così” entri in una dimensione ancora più personale, perché racconti una storia realmente vissuta e affronti il tema di un amore che cambia senza necessariamente perdere il proprio valore. Quanto è stato difficile trasformare qualcosa di così intimo in una canzone e cosa vorresti arrivasse a chi, ascoltandola, sta vivendo una storia simile alla tua?

“Anche Così” rappresenta per me una parte molto intima, che ho sentito il bisogno di raccontare attraverso la musica. Nel brano ci sono emozioni, ricordi e situazioni che appartengono realmente alla mia vita: è una storia personale, ma credo che proprio nella sua autenticità possa diventare anche la storia di chi ascolta. Mi piace pensare che qualcuno possa ritrovarsi nelle mie parole, riconoscere una situazione vissuta, una persona che ha perso, una relazione che si è trasformata nel tempo o, più semplicemente, quel sentimento difficile da definire che rimane dentro di noi quando una storia finisce. 

Perché non tutte le separazioni rappresentano necessariamente un fallimento o qualcosa da cancellare. Purtroppo, oggi, quando due persone si lasciano, sembra quasi inevitabile che inizi una guerra di accuse, di recriminazioni e di responsabilità. Come se, per riuscire ad andare avanti, fosse necessario trovare un colpevole. Con il mio brano invece, vorrei raccontare una prospettiva diversa: la possibilità di guardare a ciò che è stato con consapevolezza, senza negare il dolore, ma anche senza dimenticare tutto il bello che quella storia ci ha lasciato. 

Il messaggio che vorrei arrivasse a chi ascolta il brano è proprio questo: provare a salvare il bello di ciò che è stato. A volte possiamo scegliere di conservare la parte più preziosa di una storia, quella che ci ha fatto crescere, che ci ha insegnato qualcosa e che, nel bene o nel male, ha contribuito a renderci le persone che siamo oggi.

In fondo, “Anche Così” parla di una trasformazione: non solo quella dei sentimenti, ma anche del modo in cui scegliamo di custodire i ricordi. È un invito ad accettare che alcune persone possano uscire dalla nostra vita senza per questo perdere il significato che hanno avuto nel nostro percorso. E forse è proprio questa la forma più sincera di gratitudine: riuscire a dire addio, quando è necessario, senza rinnegare ciò che abbiamo vissuto.

Parallelamente alla tua carriera hai scelto anche di lavorare con bambini e ragazzi attraverso laboratori di teatro e musical, mettendo a disposizione ciò che hai imparato negli anni. Cosa cerchi di trasmettere alle nuove generazioni e, guardando invece al tuo futuro, qual è il prossimo sogno artistico che Piero Coffano sente ancora di dover realizzare?

“Ho sempre avuto una grande passione e, soprattutto, una particolare pazienza e predisposizione verso i bambini. È una capacità che ho iniziato a sviluppare già a Caltagirone, quando organizzavo centri estivi, feste di animazione e i primi laboratori teatrali. All’epoca era tutto molto spontaneo, quasi un gioco, e lo facevo da autodidatta, seguendo semplicemente il mio entusiasmo e la voglia di stare con loro. Con il tempo, però, quella che era nata come una passione è diventata anche una vera e propria formazione. Dopo gli studi in Accademia ho approfondito anche questo ambito conseguendo un master come educatore teatrale. Da quel momento ho sentito ancora più forte il desiderio di mettere a disposizione delle nuove generazioni ciò che ho imparato, ma soprattutto di trasmettere loro l’amore e la passione per l’arte.

La cosa che più mi affascina dei bambini e dei ragazzi è la loro spontaneità, quella capacità di esprimersi senza essere ancora troppo condizionati dal giudizio degli altri. Sul palco riescono a essere autentici, istintivi, curiosi e spesso sorprendenti. Ed è proprio questo che cerco di preservare nei miei laboratori: la libertà di esprimersi, il coraggio di mettersi in gioco, l’ascolto dell’altro e la possibilità di scoprire, attraverso il teatro e il musical, qualcosa in più anche di sé stessi.

E c’è una cosa che dico sempre e che, personalmente, mi appaga tantissimo… quello con i ragazzi è uno scambio. Io insegno a loro, ma da loro imparo continuamente. Mi ricordano l’importanza della spontaneità, della meraviglia e della capacità di emozionarsi per le piccole cose. In qualche modo, attraverso loro, continuo anch’io a coltivare quella parte di bambino che non ho mai smesso di portare con me.

Per quanto riguarda il futuro, di sogni ne ho ancora tanti. Alcuni possono sembrare ambiziosi, altri forse persino difficili da raggiungere, ma credo che un artista non debba mai smettere di sognare. Ce n’è uno, però, che sento particolarmente mio: produrre e dirigere un grande spettacolo teatrale, costruito attraverso una mia visione artistica, e avere la possibilità di portarlo in tournée nei più importanti teatri d’Italia.”

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