mercoledì, Settembre 30, 2026

La radio, il territorio, la memoria: intervista a Luca Levati, direttore di Radio Lombardia

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Da oltre cinquant’anni Radio Lombardia rappresenta una voce profondamente legata al territorio lombardo, alla sua gente e alle trasformazioni di una regione che, negli anni, ha cambiato volto senza perdere la propria identità.

Per raccontare questa lunga storia e comprendere come sia cambiato il mondo della radio, ho incontrato Luca Levati, Direttore di Radio Lombardia, giornalista e professionista che ha dedicato gran parte della propria vita al mondo dell’emittenza radiofonica.

Nell’intervista, Levati ripercorre l’evoluzione di Radio Lombardia, dagli anni delle cosiddette “radio libere” fino all’epoca del DAB, dello streaming, delle applicazioni e dei social network. Un viaggio attraverso un mezzo di comunicazione che, nonostante le profonde trasformazioni tecnologiche, continua a fondare la propria forza sul rapporto diretto con gli ascoltatori.

Al centro della conversazione c’è anche il rapporto con Milano e con la Lombardia, un legame che per Radio Lombardia rappresenta, come racconta lo stesso Levati, «motivo di esistenza». Una radio intesa non soltanto come strumento di diffusione, ma come lavoro corale, fatto di professionalità, passione, responsabilità e soprattutto di persone.

Tra i temi affrontati anche il significato dell’Ambrogino d’Oro, ricevuto dall’emittente come riconoscimento della sua storia e del suo ruolo nel panorama radiofonico milanese, e le sfide che attendono oggi l’informazione radiofonica: dalla velocità alla qualità degli approfondimenti, fino alla necessità di dare voce direttamente ai protagonisti dell’attualità.

Nella parte finale, l’intervista assume un tono più personale. Luca Levati racconta ciò che quasi cinquant’anni di radio gli hanno lasciato come uomo, prima ancora che come professionista, ricordando alcuni degli incontri e dei momenti che hanno segnato il suo percorso: dalla prima esperienza davanti a un mixer e a un microfono, a soli 16 anni, fino all’intervista a Bettino Craxi in collegamento da Hammamet.

Un racconto personale e professionale che attraversa decenni di radio e di storia italiana, restituendo il valore di una voce che ha saputo accompagnare l’evoluzione del mezzo senza perdere il rapporto con il proprio pubblico.

LUCA LEVATI: LA RADIO, IL TERRITORIO E QUASI CINQUANT’ANNI DI STORIA

Radio Lombardia è una realtà storica dell’emittenza lombarda. Qual è oggi l’identità dell’emittente e quali sono i valori che, nonostante i cambiamenti del mondo della comunicazione, sono rimasti fondamentali nel corso degli anni?

“Credo sia l’idea del rapporto con il territorio e con gli ascoltatori. Dico idea perché Radio Lombardia in oltre 50 anni è stata radio differenti, perché differenti erano i momenti storici, le persone che l’animavano e che la gestivano.

Sicuramente in questi ultimi 30 anni l’identità è quella di radio areale, locale, regionale. Che poi, in una realtà come la Lombardia così dinamica, è l’equivalente di una radio nazionale del Belgio o della Grecia.”

I numeri più recenti pubblicati da ANSA parlano di 780.000 ascoltatori settimanali, 263.000 ascoltatori medi giornalieri e oltre 4 milioni di lombardi che conoscono Radio Lombardia. Che cosa rappresentano questi numeri per chi, come lei, vive quotidianamente la radio e lavora alla costruzione dei suoi contenuti? E soprattutto, cosa significa trasformare un dato di ascolto in un rapporto autentico con il pubblico?

“Dei numeri, e mi spiego perché lo dico sempre ai nuovi collaboratori: quando si dà una notizia, si fa un programma, insomma quando si va in onda, lo si deve fare al meglio anche se ci fosse un solo ascoltatore.

È un fatto di rispetto per chi ascolta, a maggior ragione quando ci sono ascoltatori fedeli e che sono cresciuti e cambiati con noi, perché la forza della radio è proprio quella di creare un rapporto fiduciario.”

Lei fa radio da moltissimi anni. Quanto è cambiato questo mestiere dagli inizi a oggi? E c’è qualcosa, invece, che secondo lei non cambierà mai nel rapporto tra una voce al microfono e chi ascolta dall’altra parte?

“Intanto ho cominciato in un periodo in cui questo non era un mestiere: era pionerismo, per cui è cambiato tutto dagli inizi delle “radio libere”, perché così si chiamavano.

Negli anni ’80 è diventato un lavoro per molti, con specializzazioni specifiche: la radio è fatta da speaker, conduttori, fonici, tecnici, giornalisti.

Quello che non cambierà è quello che dicevo prima, il rapporto di familiarità, di complicità. Un rapporto che è diventato più complicato con l’avvento della TV, della radiovisione, che ha tolto un po’ della magia alla voce.”

Radio Lombardia ha costruito negli anni un forte rapporto con Milano e con l’intera Lombardia. Quanto è importante oggi, nell’epoca delle grandi piattaforme nazionali e globali, continuare a raccontare il territorio, le sue persone, le sue storie e le sue trasformazioni?

“Per noi è motivo di esistenza. Senza questo rapporto non esisterebbe la radio così come l’abbiamo concepita su impulso dell’editore Tiziano Mariani.

Dico “l’abbiamo” perché, al di là delle scelte editoriali, la radio è paradossalmente un lavoro corale molto più di quanto si possa immaginare.

La radio funziona se l’ambiente è “sano”, se c’è il gusto e la passione di fare questo lavoro, di dare una mano al collega al di là della propria competenza.”

Radio Lombardia ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro, un importante riconoscimento della città di Milano. Che significato ha avuto questo premio per l’emittente e per tutte le persone che hanno contribuito alla sua storia?

“Per noi è stato un passaggio importante, un riconoscimento alla nostra storia, alle nostre competenze. Credo in particolare al lavoro fatto negli ultimi 25/30 anni con il ritorno in città.

Penso che ognuno passato dalla radio abbia messo il proprio mattoncino per arrivare, col tempo, ad essere riconosciuti come una delle ultime radio milanesi locali.

Del resto le prime righe della motivazione spiegano tanto: “Storica e autorevole emittente, dal 1975 è un’importante voce del territorio, dei suoi mutamenti e dei suoi cittadini”.”

La radio oggi non vive più soltanto sulle frequenze tradizionali: DAB, social, streaming, applicazioni e nuove piattaforme hanno modificato profondamente le modalità di fruizione. Come sta cambiando Radio Lombardia per intercettare questo nuovo pubblico senza perdere la propria identità?

“In realtà la radio sta cambiando poco dal punto di vista della forma e dei contenuti.

Rimango convinto che, per continuare ad esistere, la radio debba continuare a fare la radio. Sembra banale, ma non lo è.

Quando faccio delle scelte di messa in onda mi occupo di cosa uno sente, sia dal punto di vista dei contenuti che della forma, quindi della qualità tecnica. In seconda istanza penso alla TV e al web, sito e social.

Ho sempre pensato che TV e social servano ad aumentare il bacino degli utenti radio, non il contrario.

Credo comunque che ci siano degli equilibri da rispettare, perché ogni strumento ha pari dignità, ma noi ci chiamiamo Radio Lombardia, quindi priorità alla FM. In fondo abbiamo 15 ponti radio per coprire il territorio e il DAB, che offre copertura e qualità.

Poi, ovvio, stiamo molto attenti al mondo Smart. Non a caso abbiamo sviluppato, in tempi non sospetti, app per smartphone e Smart TV.

Rimango convinto che siano i contenuti a fare la differenza. Lo dico spesso: “Se non avete nulla da dire, mettete un jingle e una canzone”.”

Da direttore, qual è oggi la responsabilità più importante che sente nei confronti degli ascoltatori e della squadra che lavora ogni giorno dietro e davanti ai microfoni? E quali sono le sfide che vede all’orizzonte per l’informazione radiofonica?

“Nei confronti degli ascoltatori è quella di evitare prima di tutto di dare informazioni sbagliate. Su questo terreno è importante la nostra credibilità.

Non sopporto la sciatteria dilagante. Sono convinto che qualunque lavoro vada fatto al meglio delle proprie capacità, con dedizione e impegno, a maggior ragione quello del giornalista e del comunicatore.

Nei confronti della squadra è di avere sempre un occhio alle risorse e quindi muoversi pensando anche a questo aspetto, partendo da quello che posso fare personalmente, evitando gli sprechi, ad esempio, o cercando partnership che diano valore.

Le sfide dell’informazione radio sono simili alle sfide del settore tutto.

Penso che la differenza la possiamo fare con la velocità di comunicazione, con gli approfondimenti di qualità e soprattutto proponendo direttamente le voci dei protagonisti, siano essi sindaci, consiglieri o deputati, piuttosto che sindacalisti o cantanti.

Per noi l’informazione è a 360 gradi e riguarda la cronaca, l’attualità, la politica, la cultura e lo spettacolo.

Anche i nostri programmi che non rispondono direttamente alla direzione giornalistica, in realtà, nello loro specifico, sono programmi d’informazione culturale. Penso a “Linea Rock”, ad esempio.”

Vorrei concludere con una domanda più personale. Dopo tanti anni trascorsi nel mondo della radio, se dovesse fermarsi un momento e guardare indietro, che cosa le ha lasciato questo mestiere come uomo, prima ancora che come professionista? E c’è un momento della sua storia in radio che porta ancora particolarmente nel cuore?

“Mi ha lasciato una ricchezza incredibile, la possibilità di incontrare persone che hanno fatto la storia di Milano e dell’Italia, di incontrare artisti, cantanti e scrittori con i quali scambiare opinioni.

In generale, l’incontro per me è arricchente: c’è sempre da imparare, nel bene e nel male, e in 48 anni di radio ho veramente incontrato tantissime persone, molte delle quali divenute famose e di successo solo in una fase successiva.

Questa è una delle mie più grandi soddisfazioni.

Di momenti ce ne sono parecchi. Ne cito due: la prima volta in onda, nel luglio 1978, lasciato per ore da solo davanti a un mixer e a un microfono. Avevo 16 anni, un disastro, però capii che faceva per me.

Poi, come giornalista, l’intervista a Bettino Craxi in collegamento da Hammamet, ripresa dal Corriere della Sera e da Repubblica. “

Intervista a cura di Debora Scalzo

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